Racconto in cerca d’autore: Dante

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Settima puntata

Dante nacque il 16 aprile del 1945.
La seconda guerra mondiale stava per terminare. Nonostante morte e devastazione aleggiassero ancora nell’aria, l’umanità sperava in un futuro più sereno.

Dante era un bambino vivace, che amava giocare.
Gli piaceva farlo, sopratutto dentro l’officina del babbo: meccanico nella fattoria di un principe toscano.
Dante crebbe tra l’odore di olio esausto e gli ingranaggi delle mietitrebbiatrici smontate da babbo Peppe: personaggio camaleontico, dai capelli neri, fisico longilineo, busto corto e gambe fine.
Indossava sempre una tuta di jeans e un cappellino verde; lo potevi incontrare mentre girava per la tenuta, bestemmiando nella sua due cavalli gialla.
Il linguaggio di Peppe era semplice e colorito: le bestemmie, un intercalare integrato talmente bene nei suoi discorsi, che non ti accorgevi fossero imprecazioni.

Dante prese dal babbo il suo amore per il lavoro manuale, ma sopratutto per il lavoro ben fatto: «Dante, fare le cose fatte male, richiede lo stesso tempo di farle bene.» gli ricordava sempre Peppe.
Dante iniziò a lavorare presto, dimostrando subito le sue abilità manuali.
L’ amore per il ferro e la passione nel forgiarlo, gli nacquero quel giorno in cui il babbo lo portò dal maniscalco della tenuta, mentre era intento a ferrare i muli e i cavalli da lavoro.

Dante rimase ipnotizzato dalla maestria con la quale l’artigiano muoveva le sue mani sporche e rugose. Le sue estremità danzavano nell’aria, in modo sapiente, realizzando movimenti automatici e perfettamente coordinati, che rendevano quel lavoro, una vera opera d’arte.
Quelle mani sapevano cosa dovevano fare, come lo dovevano fare e perché dovevano farlo.
Fu in quel preciso istante che Dante decise: anche lui avrebbe fatto volteggiare le sue mani come fossero danzatori Sufi.

«Ci vogliono diecimila ore per diventare esperto di un lavoro. Sei disposto a impiegarle per raggiungere questo scopo?» gli domandò il primo fabbro al quale si rivolse per imparare.
«Sì, lo voglio fare e riuscirò a farlo!» rispose Dante.
«Bene ragazzo, allora vai a prenderti un grembiule e torna qui, abbiamo molto lavoro da svolgere.»

Il suo percorso lavorativo Dante lo iniziò così, da giovane sbarbato, quando sul viso aveva a malapena qualche pelo, che lui chiamava barba, ma che della barba non aveva che l’idea.
Quella barba che crebbe lunga e folta e che oggi è totalmente bianca.
Quella barba che piaceva tanto ai suoi figli e alla sua nipotina.
Quella barba che lo faceva assomigliare tanto a “Pappo Natale”, come lo chiamava Ludovica, quando era poco più di una cucciola.
Dante era sempre stato un artigiano: lui era artigiano nell’anima.
Artigiano è colui che ama il lavoro ben fatto, il lavoro fatto a regola d’arte: che non si accontenta della mediocrità e del “basta che sia fatto”.
L’uomo artigiano è un connubio tra intelligenza, sapienza manuale e conoscenza.
Dante era tutto questo.

Lavorò sodo per anni, con un unico obiettivo in testa: rendere le sue mani rozze, delle mani esperte nel forgiare il ferro. Ci riuscì.
Gli oggetti che realizzava Dante erano un connubio di creatività e soave leggerezza.
Era abilissimo a donare un’anima al ferro, rendendolo poesia.

«Nonno tu hai tanto da dare a questo mondo.» gli rispose Ludovica quando Dante, perplesso, le chiese che valore aggiunto avrebbe portato al progetto Artigiani-Designer.
«L’ Italia sta diventando una meta obbligata per designer creativi e maker con la passione del fare; che arrivano da tutto il mondo per imparare le tecniche dei mestieri, per avvicinarsi alla cultura manifatturiera del nostro paese e assorbire il gusto delle tradizioni.» continuò Ludovica, pienamente consapevole che l’autoproduzione e internet sono il futuro dell’economia mondiale.

Ma cosa ha in mente di fare Ludovica?
Dante lo scoprirà molto presto…

 

[Continua la prossima settimana]

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Grazie!

Emiliano brinci coprywriter

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