Racconto in cerca d’autore: l’incidente

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Ottava puntata

Bip.Bip.Bip…
Ricordava bene quel rumore insopportabile che le entrava nelle orecchie quando si recava in ospedale. Un rumore continuo. Il rumore del macchinario che la teneva in vita.
Ricordava quello stantuffo sollevarsi e abbassarsi: perfettamente allineato al suo respiro.
Ricordava la goccia che scendeva all’interno di quella capsula trasparente, sembrava un rubinetto che perdeva.
In realtà era il medicinale che faceva sopravvivere sua madre: eliminandole il dolore fisico e il bisogno di mangiare. Ma perché era in un letto d’ospedale, con tutti quei tubi nel corpo? E suo padre? Dov’era finito?

Lo avevano fatto mille volte, ma questa volta qualcosa era andato storto.
Ricordava di essere nel bosco, insieme ai suoi genitori, per la camminata del sabato mattina, per la loro dose settimanale di natura, come la chiamava il babbo.
«Ludo il contatto con madre natura è estremamente importante, per mantenere il tuo equilibrio psico-fisico», le diceva sempre: «Viviamo dentro mostri di cemento per tutto il giorno: ricordati di passarci almeno due ore a settimana, appena ti è possibile.»

All’improvviso un boato. Iniziò a sentire gli alberi che si piegavano dietro di loro: il rumore di legna spezzata. L’ odore di terra che si sente nell’aria, poco prima di un temporale. Percepì un gigante corrergli dietro. Veloce. Potente.Inarrestabile.Non fece in tempo a girarsi. Furono travolti dalla sua mostruosa potenza.
Ricordava solo di aver sentito un freddo improvviso e una quantità incredibile di acqua attraversargli il corpo: i suoi genitori che venivano travolti e spinti dentro al bosco. Poi il buio.
Si svegliò tra le braccia di un vigile del fuoco, che gli sussurrava dolcemente «Non ti preoccupare piccola, ce l’hai fatta, adesso ci penso io a te. Rimani con me.»

Ricordava la sirena dell’ambulanza che sfrecciava sulla strada.
Ricordava il sorriso dell’infermiera che le mise la mascherina dell’ossigeno in faccia.
Poi il nulla e tanto freddo.
Ludovica non sapeva quando avesse dormito. Minuti. Giorni. Mesi. Anni.
Ricordava di essersi svegliata lentamente. Sentiva di avere ancora un corpo, ma lo sentiva intorpidito: in quel preciso istante si sentì felice e serena come non le era mai capitato. Merito dei sedativi e le pozioni magiche che le scorrevano dentro l’ago infilato nel braccio. Lei odiava gli aghi.

Nonno Dante era lì che aspettava il suo risveglio. Percepì la sua presenza ancor prima di aprire gli occhi. Nell’aria sentì quel profumo inconfondibile che le ricordava la sua officina: l’odore del suo amato sigaro toscano.
La prima cosa che vide aprendo gli occhi, fu la sua barba lunga e bianca.
Ricordava la voce di nonna Silvia e le sue mani, deformate dall’artrosi, che le accarezzavano dolcemente il viso.
Entrambi erano lì. Lui era lì. Era sempre stato lì, da quando Ludovica era stata trasportata in ospedale.
Quel vecchio testardo non si era spostato di un millimetro: incollato al suo letto notte e giorno.
«Dorme, ma lei sente che sono qui, non posso lasciarla da sola, non ora Silvia.»
«Dante, almeno vai a casa a farti una doccia.» Rispose preoccupata la nonna.
«Non ti preoccupare per me, adesso dobbiamo occuparci di lei.» Le rispose Dante rivolgendo lo sguardo verso Ludovica.
Era vero. Lei dormiva, ma la sua coscienza sentiva le parole di nonno Dante, la sua determinazione, la speranza e la fede che quell’uomo riponeva in lei. E questo la riempiva di forza.
Quando successe l’incidente, Ludovica era poco più di una bambina.
Quell’incidente, che si prese la vita di suo padre, disperso nella sua amata natura e quella di sua madre, dopo mesi di estenuanti battaglie.
Capì che l’anima di sua madre aveva abbandonato il corpo terreno, quando il bip sequenziale dei macchinari, diventò un mantra continuativo.
Quell’incidente le cambiò la vita, legandola per sempre a sua nonna Silvia e a suo nonno Dante.

 

[Continua la prossima settimana]

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Grazie!

Emiliano brinci coprywriter

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