Racconto in cerca d’autore: Pappalea

“Vorrei scrivere un racconto di lavoro e di vita insieme a voi.
10 puntate più l’incipit, che ci ho messo io. Resto in ascolto. ❤️

Con queste parole Vincenzo Moretti spiega, su Linkedin, il suo progetto di narrazione partecipata: racconto in cerca d’autore.

Scrivere un racconto, a tema lavoro, con la partecipazione e la collaborazione di tutte le penne ispirate del web, che abbiano voglia di raccontare le proprie storie.

Qui sotto trovate l’incipit che ha fornito Vincenzo, e sotto, la prima puntata firmata dal sottoscritto.

Incipit

Al principio fu come il rintocco delle campane nella chiesa, din don, din don, din don dan. Poi la mano sulla maniglia, il sole rosso che rimbalzava tra i ferri della bottega, le spalle curve del nonno e il braccio che andava su e scendeva giù, din don, din don, din don dan.
Erano 10 anni che mancava da casa, un tempo che avrebbe pensato impossibile prima della fuga, dell’università a Shanghai, del lavoro da ingegnere a Londra, della decisione di non tornare più.
Din don, din don, din don dan. Era stata la lettera della nonna a riportarla indietro, che lei ormai neanche ci credeva più che esistessero le lettere scritte a mano.
Din don, din don, din don dan, din. Il nonno si girò, la vide, appoggiò il martello sull’incudine e allargò le braccia. Il sorriso che si arrampicava tra le sue rughe fu l’ultima cosa che vide prima di correre da lui.

Prima puntata

Era difficile spiegare l’emozione che sentiva dentro di sé.

Sognava quel momento da anni; lo aveva immaginato, visualizzato, fatto suo; non ricordava neanche più, quante volte le era sembrato veramente vero quell’abbraccio…
Poi apriva gli occhi e tutto svaniva.
L’odore del ferro, il calore del fuoco, la barba ispida che passava come carta vetrata sulle sue guance.
Sensazioni che viveva vicine, anche se erano lontane, grazie al potere della meditazione: disciplina che praticava regolarmente.

Dieci anni. Dieci lunghissimi anni, che le sembrava fossero passati in un secondo: finalmente era lì.
All’improvviso il tempo si era fermato, e lei era tornata a quegli istanti che pensava fossero svaniti nel nulla, nel profondo della sua anima.
Istanti sepolti dentro di lei, che in un secondo tornarono velocissimi in superficie, come fossero bolle d’aria danzanti nell’acqua.
La riportano indietro, facendole riaffiorare ricordi di tempi ormai andati.
Attimi che non avrebbe mai dimenticato, perché erano scolpiti nel suo DNA.
Ora era di nuovo lì dove tutto era iniziato, dove tutto scorreva in modo lento, come sempre era stato.
Quel luogo che le era familiare, ma che vedeva trasformato, diverso. Profondamente diverso.
Forse perché ora era lei che era diversa. Profondamente diversa.

“Devi andare, per poi tornare, più consapevole e forte di prima.”
Questo era quello che il nonno le disse, prima di vederla allontanarsi nella pancia di ferro di quel gigante con le ali: grande, rumoroso, velocissimo.
Appena fu abbastanza lontana da non riuscire a vederlo, sulle sue guance iniziarono a scendere gocce d’amore, che gli bagnarono gli occhi e gli rotolarono lungo le guance.
Piangere, e farlo in pubblico, per lui, uomo d’altri tempi, era un segnale che gli confermava che aveva ancora un cuore.
Indurito dalla vita e dallo scorrere del tempo, ma funzionante: l’importante era che fosse ancora al suo posto, pronto ad emozionarsi.
Dirle quelle cose gli era costato molto, ma sapeva che andava fatto.

Lui, artigiano d’altri tempi, che dava al lavoro ben fatto la giusta importanza; lui che conosceva quanto fosse prezioso realizzare il lavoro con cura, pazienza e devozione, sapeva che per imparare a fare le cose bisognava darsi il giusto tempo, senza fretta.
Sapeva che bisognava fare, fare e poi ancora fare, prima di essere capaci e indipendenti.
Conosceva l’importanza del tempo e del fallimento, tappa fondamentale, dove passava il treno della crescita personale di ogni persona.
Sapeva che doveva lasciarla andare, doveva lasciarla sbagliare, sapeva che doveva farlo e lo aveva fatto. Ma quanta sofferenza.
Per la prima volta nella sua vita aveva paura, una paura fottuta.
Questa volta non era lui a rischiare in prima persona, ma lei, la sua “pappalea” la sua dolce guerriera.
Pappalea era il nick name che utilizzava per chiamarla quando voleva attrarre la sua l’attenzione, quando senza troppe parole, voleva farle intendere che aveva qualcosa d’importante da dirle.
Sapeva che Ludovica era dolce, che era “grande”, limpida come l’oro, e tante altre cose ma, non indifesa, no non era indifesa.
Poteva fallire, questo lo aveva messo in conto, ma sapeva anche di avergli donato tutti gli strumenti per andare lì fuori, e fare la sua parte.
Non sarebbe stato facile, aveva fiducia in lei, questo Ludovica lo sapeva, lo percepiva, e quello faceva tutta la differenza del mondo.
La sentì arrivare, prima che fosse entrata dentro la stanza.

«Signor Rossi» strillò con la voce tremolante e bagnata dalle lacrime.
«Pappalea…» le rispose girandosi e allargando le braccia fino a quando non sentì le spalle scricchiolare, ricordandogli che aveva passato l’età dell’adolescenza da un po’ ormai.
Quando si toccarono, dopo tutto quel tempo, i loro corpi diventarono un unico tutto: un unica anima, un unico corpo, un unico DNA…
Non le importava cosa le avesse scritto la nonna nella lettera, non avrebbe rovinato quel momento magico che attendeva da troppo tempo ormai…
« Mi sei mancata…non sai quanto».
« Anche tu nonno, anche tu…» le rispose Ludovica posando la testa sul petto del nonno, mentre lui la stringeva con vigorosa dolcezza.
Si sentì piccola, piccolissima, e desiderò che quell’attimo durasse tutta la vita.

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P.S. e non ti dimenticare di seguire tutte le puntate!

Grazie!

Emiliano brinci coprywriter

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