Oggi pensavo: Purple rain

«Ti va di giocare?»
«Che gioco proponi?»
«Io direi racconto breve, che termina o inizia con la frase comunque vabbè, Nel racconto inseriamo dieci parole che sceglie l’altro. Ci stai?»

Dieci parole a caso. Una sera d’estate, con Gemma abbiamo dato vita ad un gioco di scrittura. Ognuno ha regalato all’altro una manciata di parole e un “Comunque vabbè” per iniziare o finire il racconto.

Mi piaceva l’idea di sperimentare questa cosa che mi frullava in testa da un po’.
Stephen King, durante una chiacchierata con un giornalista del New Yorker, confessò che le storie le reputa come dei fossili sepolti, che lo scrittore, usando gli attrezzi giusti, deve saper estrarre dal suolo. 

Volevo scrivere e inspirare una storia, utilizzando venti frammenti fossili, trovati per caso, nei meandri delle nostre menti.

Insieme abbiamo scelto un’immagine – scattata da Gemma –  e iniziato a tirar fuori le venti parole che hanno ispirato i nostri racconti. 

Trovi tutti qui sotto. Buona lettura. 

Emiliano: labbra ,bollicine, bagno, salsedine, Prince, vento, lacrima, separazione, illusione, vino. 

Gemma: rossetto, Vasco, infradito, bacio tatuaggio, pelle, amore, magia, fuoco.

[Purple rain - Emiliano]

Quante volte avevano ascoltato insieme quella canzone di Prince.
Abbracciati, sotto il loro minuscolo asciugamano viola, dopo aver fatto il bagno, con l’oceano a fare da sfondo.

La salsedine sulle labbra e l’illusione di essere inseparabili.
Il vento le fece scorrere una lacrima sullo zigomo: non le stava bagnando il viso, ma l’anima.

Le tornò in mente la sensazione di calore del suo corpo.

Amava quando la stringeva, si sentiva piccola e indifesa.
Lui le baciava il collo, mentre il sole tiepido tramontava dietro la collina, riscaldandogli la pelle.

Chiara fissava le bollicine rincorrersi nel bicchiere di vino che Thomas le aveva dato. 

La guardò negli occhi e le disse: “Ti amo.”

Era tutto così perfetto.
Lui, lei, la loro isola, avrebbe voluto fermare quell’attimo e viverlo per sempre. Era felice.
Gli sforzi di una vita, racchiusi in quell’attimo.
Quell’attimo che ora le sembrava così lontano.

Iniziò a piovere, tornò in sé.
Si asciugò il viso, non poteva piangere, lui non lo avrebbe permesso.

Si alzò, si tolse il costume e iniziò a camminare nuda verso l’oceano, aveva bisogno di energia, per nutrire una nuova vita.

Camminò finché l’acqua non le accarezzò i piedi, tra le mani aveva Thomas.
Le pesava la separazione, ma doveva farlo.
Aprì l’urna e iniziò a spargerlo nel oceano, mentre la pioggia tingeva tutto di viola.

Continuò a camminare fino a quando l’acqua non le arrivò alle spalle.
Con gli occhi chiusi iniziò a sussurrare al vento la loro frase, quella frase che non significava niente: se non per loro due.

L’ acqua dell’oceano iniziò a diventare sempre più calda e familiare.
Improvvisamente sentì quel calore inconfondibile, dal basso delle bollicine iniziarono a scalarle le lunghe gambe affusolate, quelle che facevano impazzire Thomas.

Il vento sembrò sussurrargli: “Ti amo.”

In quell’istante realizzarono che l’universo aveva in serbo una sorpresa: una nuova vita stava crescendo dentro di lei.⁠

“Anche io Thomas e comunque vabbè…” gli rispose.

Adesso sei curioso/a di leggere il racconto di Gemma?  
Lo trovi qui: Gemma Bovati. 

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Grazie!

Emiliano brinci coprywriter

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